Antropologia del Medio Oriente

<< L’ordine di cui abbiamo bisogno, noi osservatori sempre meno distaccati e distaccabili dalle vicende mediorientali, è un ordine al tempo stesso concettuale e prospettico, qualcosa che ci metta in grado di capire il mondo che sta dietro alle vicende contemporanee e che non può essere ridotto né agli stereotipi derivanti dall’adozione di interpretazioni banali né all’informazione di un pur pregevole giornalismo. La comprensione di quel mondo passa per quell’impresa, tutt’altro che facile, che si chiama “comprensione della differenza culturale” e che costituisce in definitva lo scopo ultimo dell’antropologia. Comprendere non significa giustificare. L’antropologia non è – come purtroppo qualcuno ingenuamente o maliziosamente crede – una chiacchierata sulla diversità e la relatività dei costumi. L’antropologia costituisce uno sforzo – che non sempre riesce, beninteso – di stabilire un “ponte concettuale” tra culture, memorie, storie e identità diverse. Se questo ponte servirà poi a stabilire o meno un dialogo non dipenderà certo (soltanto) dagli antropologi. >>

Fabietti, 2002.

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Fantasmi

Ci sono quelle serate che non capisci perchè, ma prendono la piega sbagliata.

E’ tutto giusto [all’apparenza]:

gli amici, il luogo, il rumore, gli alberi, le nuvole, l’acqua.

Però tutto [dentro alla tua testa] si rovina inesorabilmente.

Esasperi il difetto, soffri dell’imperfezione, rimembri sul fastidio.

Poi, come se non fosse abbastanza [la testa già scoppia] inizi a vedere fantasmi.

Persone di una vita precedente che non sai più se hai solo sognato o hai vissuto davvero.

All’inizio non capisci se è vero o se sono tutti uguali, certi volti.

Poi quel dettaglio [un gesto, un particolare], che ti fa  balenare davanti agli occhi flashback di un passato che non esiste più.

[E’ mai esistito?]

Sovrapponi il presente a quel che è stato [ne sorridi, stringendo i denti forte – troppo forte].

E ti arrabbi visceralmente, senza motivo.

 

Domanisvegliaticonilsorrisotiprego.

 

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Chiamatemi Strega

Non importa chi sono. Non importa come mi chiamo. Potete chiamarmi Strega.

Perché tanto la mia natura è quella. Da sempre, dal primo vagito, dal primo respiro di vita, dal primo calcio che ho tirato al mondo.

Sono una di quelle donne che hanno il fuoco nell’anima, sono una di quelle donne che hanno la vista e l’udito di un gatto, sono una di quelle donne che parlano con gli alberi e le formiche, sono una di quelle donne che hanno il cervello di Ipazia, di Artemisia, di Madame Curie.

E sono bella! Ho la bellezza della luce, ho la bellezza dell’armonia, ho la bellezza del mare in tempesta, ho la bellezza di una tigre, ho la bellezza dei girasoli, della lavanda e pure dell’erba gramigna!

Per cui sono Strega.

Sono Strega perché sono diversa, sono unica, sono un’altra, sono me stessa, sono fuori dalle righe, sono fuori dagli schemi, sono a-normale…  sono io!

Sono Strega perché sono fiera del mio essere animale-donna-zingara-artista e … folle ingegnere della mia vita.

Sono Strega perché so usare la testa, perché dico sempre ciò che penso, perché non ho paura della parola pericolosa e pruriginosa, della parola potente e possente.

Sono Strega perché spesso dò fastidio alle Sante Inquisizioni di questo strano millennio, di questo Medioevo di tribunali mediatici e apatici.

Sono Strega perché i roghi esistono ancora e io – prima o poi – potrei finirci dentro.

Monologo di Barbara Giorgi scritto per Franca Rame

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Guess which one

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Mag 4, 2013 · 9:59 am

Love

“The only obsession everyone wants: ‘love.’

People think that in falling in love they make themselves whole? The Platonic union of souls?

I think otherwise. I think you’re whole before you begin.

And the love fractures you. You’re whole, and then you’re cracked open.”

 

Philip Roth, The dying animal

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Pensieri s-connessi

A volte credo di scegliere le cose solo perchè suonano bene.

(Pilates, Zumba, Krav Maga)

Tra le tende di un teatrino rosso scivolano i discorsi ansiogeni.

(Vodka Tonic salvami tu che lo Jager è finito)

Qualche lacrima confusa e grandi sorrisi bianchi.

(Devono essere le vocali aperte)

E poi c’è sempre il presente. Fertile.

(Eri bella prima – lo sei anche adesso)

Forse dovrei soltanto dormire più ore per notte.

(Ma le occhiaie tengono compagnia)

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Seimesi

“Mi farai mai più un sorriso sincero?”

Ti farò mai più un sorriso?

 

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